… mi sembrava di essere uno di quegli ambulanti arabi seduti sulle piazze dei mercati della mia infanzia.
Si accovacciavano per terra, dalle pieghe della gandura estraevano uno straccio che aprivano e stendevano davanti a sé.
Era un grande fazzoletto quadrato che conteneva alcuni spilli e aghi arrugginiti, un po’ di chiodi storti, qualche pezzo di fil di ferro, viti usate, dadi e bulloni scompagnati, pezzi di piombo.
L’uomo, con gesti esperti disponeva quella ferraglia in mucchietti, poi si arrotolava una sigaretta e aspettava placidamente nell’ombra che si era scelto, quella smerlata e mossa dell’eucalipto o quella compatta del platano.
Sapeva che, nel corso della giornata, qualche cliente si sarebbe prima o poi staccato dal grappolo vociante degli acquirenti che formicolavano nella polvere e nel sole e sarebbe venuto da lui per scoprire, chissà mai, in qualche angolo del suo fazzoletto sporco, “la” vite, “il” bullone, il pezzo unico, introvabile, che gli sarebbe poi servito ad aggiustare o a ricostruire qualche vecchio strumento, qualche oggetto prezioso, altrimenti da buttar via.
In omaggio, tanto per rendere più completa la loro felicità, avrebbero ricevuto due o tre aghi storti o una spilla da balia spuntata.
Nonostante le apparenze il venditore sapeva che il suo fazzoletto conteneva meraviglie, per questo era così tranquillo.
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