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se non ora, quando?

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Categoria: Narrativa

Alessandro Barico

Jasper Gwyn si chiese se l’avrebbe mai più rivista, e decise che sì, da qualche parte, ma fra molti anni, in un’altra solitudine


Come accade spesso, ci misero un po’ a ricordarsi che, quando muore qualcuno, agli altri spetta di vivere anche per lui – altro non c’è, di adatto.


Era tutto finito e neppure con quella solennità a cui sempre avrebbe diritto il tramonto delle cose.


Di cosa siamo capaci, pensò. Crescere, amare, fare figli, invecchiare – e tutto questo mentre anche siamo altrove, nel tempo lungo di una risposta mai arrivata, o di un gesto non finito. Quanti sentieri, e a che passo differente li risaliamo, in quello che sembra un unico viaggio.


baricco

Alessandro Baricco

Alessandro Baricco (Torino, 25 gennaio 1958) è uno scrittore, saggista, critico musicale, sceneggiatore e regista italiano, fra i più noti esponenti della narrativa italiana.
(wikipedia)
Dopo la laurea in filosofia con Gianni Vattimo, pubblica alcuni saggi di critica musicale (la passione per la musica classica gli è stata trasmessa dai genitori, e la sua cultura in questo campo è frutto del suo studio personale): Il genio in fuga (1988), su Rossini, e L’anima di Hegel e le mucche del Wisconsin (1992), sul rapporto tra musica e modernità. Collabora come critico musicale per Repubblica e sulla pagina culturale per La Stampa.
Baricco lavora anche in televisione, nel 1993 come conduttore di L’amore è un dardo, trasmissione di Raitre dedicata alla lirica e nel 1994 come ideatore e conduttore di un programma dedicato alla letteratura dal titolo Pickwick, del leggere e dello scrivere, affiancato dalla giornalista Giovanna Zucconi. Nel 1998 con il regista teatrale Gabriele Vacis cura il programma Totem, delle lezioni sull’amore per la lettura a cui seguirà una tournée nelle piazze italiane (dello spettacolo, trasmesso anche su Raidue, sarà pubblicato un libro della Fandango Distribuzione e due videocassette della Rizzoli).
Durante gli anni novanta Baricco si afferma pubblicando i romanzi: Castelli di rabbia (1991), Oceano mare (1993), Seta (1996) che non ha raggiunto il pieno consenso della critica, City (1999), Senza sangue (2002). Nel 1994 esce Novecento. Un monologo, non un vero e proprio romanzo quanto un lavoro teatrale (con Eugenio Allegri e la regia di Gabriele Vacis a partire dal 1994, con Arnoldo Foà in un nuovo allestimento nel 2003) e un film, La leggenda del pianista sull’oceano di Giuseppe Tornatore. Per Feltrinelli pubblica due raccolte degli articoli scritti per la Stampa e Repubblica (Barnum, del 1995, e Barnum 2, del 1998).
Scrive anche, nel 1996, un testo teatrale per la regia di Luca Ronconi: Davila Roa, andato in scena al Teatro Argentina di Roma e mai pubblicato. Nel 2002 pubblica Next (Feltrinelli), breve saggio sulla globalizzazione. A febbraio 2003 esce Partita spagnola per Dino Audino Editore, una sceneggiatura scritta da Baricco nel 1987 a quattro mani con Lucia Moisio, sulla storia di Farinelli, la voce bianca del ’700 (poco aderente ai dati storici del personaggio, in realtà).
Nel 2004 pubblica Omero, Iliade (Feltrinelli), un lavoro sulla traduzione di Maria Grazia Ciani dell’Iliade da cui Baricco trae un reading teatrale. Nel 2005 passa dalla Rizzoli alla casa editrice Fandango di Domenico Procacci, con cui pubblica il romanzo Questa storia.
Dopo l’esperienza televisiva, ha fondato, insieme ad altri soci, la Scuola Holden a Torino, dove si studiano tecniche della narrazione con uno sguardo multidisciplinare. Nel periodo tra maggio e ottobre del 2006 ha scritto su La Repubblica un “romanzo-saggio a puntate”, I barbari, su quella che lui definisce la ‘mutazione’ in atto nella civiltà postmoderna. I lettori possono esprimere un commento sul sito internet del giornale. Il saggio è pubblicato con qualche aggiunta nel 2006.
Nel 2007 esce la trasposizione del romanzo Seta. Il film è prodotto da Domenico Procacci della Fandango e il regista è il canadese François Girard. Nel cast Michael Pitt e Keira Knightley. Baricco, al contrario che nel film di Tornatore, questa volta ha curato personalmente la sceneggiatura.
Nell’autunno dello stesso anno, presso l’Auditorium Parco della Musica, Baricco va in scena con un nuovo spettacolo tratto da Moby Dick di Hermann Melville, accompagnato da musiche originali di Nicola Tescari eseguite dalla Roma Tre Orchestra[1].

Alessandro Barico

LA BELLEZZA
Aveva quella bellezza di cui solo i vinti sono capaci. E la limpidezza delle cose deboli. E la solitudine, perfetta, di cio’ che si e’ perduto.


LA NATURA
La natura ha una sua perfezione sorprendente e questo e’ il risultato di una somma di limiti. La natura e’ perfetta perche’ non e’ infinita. Se uno capisce i limiti, capisce come funziona il meccanismo. Tutto sta nel capire i limiti.
…….
E la’, dove la natura decide di collocare i propri limiti, esplode lo spettacolo. I tramonti.
continua…

Alessandro Baricco

o

Potevi girarti da qualsiasi parte ma tutto sembrava maledettamente uguale. Niente che parlasse, o ti guardasse. Un deserto marcio, senza parole e senza direzioni. Continuava a guardarsi intorno, il signor Rail, ma non c’era verso di venirne a capo. Proprio non riusciva a capirlo. Niente da fare. Non riusciva proprio a scoprirlo. Da che parte era la vita.


Il risultato era che, del mondo, Mormy aveva una percezione, per così dire, intermittente. Una sequela di immagini fisse – meravigliose – e mozziconi di cose perdute, cancellate, mai arrivate ai suoi occhi. Una percezione sincopata. Gli altri percepivano il divenire. Lui collezionava immagini che erano e basta.
continua…

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Alcune persone hanno delle vibrazioni che vengono dritte dal cuore vibrante del sole… (da Tristessa)

Devo essere felice morire, perché la mia condizione terrena è piena di una tristezza insostenibile e io do la colpa a Dio anziché a me stesso. (dai Diari)

Due ragazzotti messicani si avvicinano attratti da Tristessa e rimangono in piedi lì vicino a bere e a parlare tutta la notte, hanno entrambi i baffi, uno è molto piccolo e ha la faccia tonda con le guance simili a pere… L’altro è più alto, con dei fogli di giornale infilati sotto la giacca per proteggersi dal freddo… Cruz si allunga in mezzo alla strada e si addormenta avvolta nel suo cappotto, la testa appoggiata al gradino del marciapiede… Un piedipiatti arresta qualcuno all’imbocco del vicolo, noi attorno alla candela e ai pentoloni fumanti guardiamo senza interesse… Improvvisamente Tristessa mi bacia sulle labbra, lievemente, il bacio più lieve, più toccante di questo mondo… Ne sono davvero sorpreso… Mi sono deciso di rimanere con lei e a dormire dove lei dorme, persino se dorme nel bidone dell’immondizia, in una cantina piena di topi… Ma continuo a tremare e non m’aiuta a niente stringermi addosso i vestiti…. per un anno ho dormito ogni notte nel mio sacco a pelo e non sono più abituato alla comune aria fredda della terra… A un certo momento cado netto giù dalla cassetta su cui ero seduto con Tristessa, finisco sul marciapiede, ci resto… In altri momenti intrattengo lunghe misteriose conversazioni con i due ragazzotti… Che cavolo stanno cercando di dire e di fare?… Cruz dorme per la strada… Ha i capelli sparsi neri nella pietra… la gente li calpesta… È la fine. L’alba giunge grigia. (da Tristessa)

continua…

… mi sembrava di essere uno di quegli ambulanti arabi seduti sulle piazze dei mercati della mia infanzia.
Si accovacciavano per terra, dalle pieghe della gandura estraevano uno straccio che aprivano e stendevano davanti a sé.
Era un grande fazzoletto quadrato che conteneva alcuni spilli e aghi arrugginiti, un po’ di chiodi storti, qualche pezzo di fil di ferro, viti usate, dadi e bulloni scompagnati, pezzi di piombo.
L’uomo, con gesti esperti disponeva quella ferraglia in mucchietti, poi si arrotolava una sigaretta e aspettava placidamente nell’ombra che si era scelto, quella smerlata e mossa dell’eucalipto o quella compatta del platano.
Sapeva che, nel corso della giornata, qualche cliente si sarebbe prima o poi staccato dal grappolo vociante degli acquirenti che formicolavano nella polvere e nel sole e sarebbe venuto da lui per scoprire, chissà mai, in qualche angolo del suo fazzoletto sporco, “la” vite, “il” bullone, il pezzo unico, introvabile, che gli sarebbe poi servito ad aggiustare o a ricostruire qualche vecchio strumento, qualche oggetto prezioso, altrimenti da buttar via.
In omaggio, tanto per rendere più completa la loro felicità, avrebbero ricevuto due o tre aghi storti o una spilla da balia spuntata.
Nonostante le apparenze il venditore sapeva che il suo fazzoletto conteneva meraviglie, per questo era così tranquillo.

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Questa notte, bene o male, mi inebria, ho altri incontri (mille) da concludere, altre fantasie (mille) da accendere, consolare chi sveglio attende l’alba, svegliare di soprassalto i potenti, visitare i carcerati, lusingare gli umili, rallegrare gli offesi, soffiare nell’orecchio degli amanti le parole che impediscono di impazzire al risveglio. (Una e una notte)

Appartengo alla minoranza silenziosa. Sono di quei pochi che non hanno più nulla da dire e aspettano. Che cosa? Che tutto si chiarisca? L’età mi ha portato la certezza che niente si può chiarire: in questo paese che amo non esiste semplicemente la verità. Paesi molto più piccoli e importanti del nostro hanno una loro verità, noi ne abbiamo infinite versioni. Le cause? Lascio agli storici, ai sociologi, agli psicanalisti, alle tavole rotonde il compito di indicarci le cause, io ne subisco gli effetti. E con me pochi altri: perché quasi tutti hanno una soluzione da proporci: la loro verità, cioè qualcosa che non contrasti i loro interessi. Alla tavola rotonda bisognerà anche invitare uno storico dell’arte per fargli dire quale influenza può avere avuto il barocco sulla nostra psicologia.
In Italia infatti la linea più breve tra due punti è l’arabesco. Viviamo in una rete d’arabeschi. (Citazioni)