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se non ora, quando?

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Categoria: Letture

Alessandro Barico

Jasper Gwyn si chiese se l’avrebbe mai più rivista, e decise che sì, da qualche parte, ma fra molti anni, in un’altra solitudine


Come accade spesso, ci misero un po’ a ricordarsi che, quando muore qualcuno, agli altri spetta di vivere anche per lui – altro non c’è, di adatto.


Era tutto finito e neppure con quella solennità a cui sempre avrebbe diritto il tramonto delle cose.


Di cosa siamo capaci, pensò. Crescere, amare, fare figli, invecchiare – e tutto questo mentre anche siamo altrove, nel tempo lungo di una risposta mai arrivata, o di un gesto non finito. Quanti sentieri, e a che passo differente li risaliamo, in quello che sembra un unico viaggio.


flaiano

Ennio Flaiano

Ennio Flaiano (Pescara, 5 marzo 1910 – Roma, 20 novembre 1972) è stato uno sceneggiatore, scrittore, giornalista, umorista, critico cinematografico e drammaturgo italiano. Specializzato in elzeviri, Flaiano scrisse per Oggi, Il Mondo, il Corriere della Sera e altre testate.
(Wikipedia)
Nato da Cetteo Flaiano il 5 marzo del 1910, il giovane Ennio passa un’infanzia di viaggi e spostamenti continui tra Pescara, Camerino, Senigallia, Fermo e Chieti, tra scuole e collegi.
Tra il 1921 e il 1922 arriva a Roma, dove termina gli studi secondari superiori, e si iscrive all’università ad architettura. Gli studi universitari non saranno poi compiuti.
All’inizio degli anni trenta conosce Mario Pannunzio e altre firme del giornalismo italiano, iniziando a collaborare per le riviste Oggi, Il Mondo e Quadrivio.
Nel 1940 sposa Rosetta Rota, zia del matematico e filosofo Giancarlo Rota. Nel 1942 nasce la figlia Luisa, soprannominata Lelè. All’età di otto mesi inizia a dare i primi segni di una gravissima forma di encefalopatia che le comprometterà tragicamente la vita. Splendide pagine su questo drammatico evento si trovano ne La Valigia delle Indie. Dal 1943 inizia a lavorare per il cinema con Federico Fellini, Alessandro Blasetti, Mario Monicelli, Michelangelo Antonioni e molti altri. Al cinema lo legherà per sempre un rapporto di amore-odio.
Nel 1947 vince il primo Premio Strega con Tempo di uccidere, appassionato romanzo sulla sua esperienza in Etiopia. Tra il 1947 e il 1971 scrive alcune tra le più belle sceneggiature del cinema del dopoguerra.
Nel 1971 viene colpito da un primo infarto. “Tutto dovrà cambiare”, scrive tra i suoi appunti. Inizia a rimettere ordine tra le sue carte, per dare alle stampe una versione organica della sua instancabile vena creativa: appunti sparsi su fogli di ogni tipo vengono lentamente catalogati. Ma gran parte di questo corpus di scritti è destinato a essere pubblicato postumo.
Il 5 novembre del 1972 inizia a pubblicare sul Corriere della Sera alcuni brani autobiografici. Il 20 novembre dello stesso anno, mentre è in clinica per alcuni semplici accertamenti, viene colpito da un secondo, ma questa volta fatale, infarto. La figlia Lelè morirà nel 1992. La moglie Rosetta si è spenta alla fine del 2003. La famiglia è riunita nel cimitero di Maccarese, vicino Roma.

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Charles Bukowski

Henry Charles Bukowski (Andernach, 16 agosto 1920 – San Pedro, 9 marzo 1994) è stato uno scrittore e poeta statunitense.

Ha scritto sei romanzi, centinaia di racconti e migliaia di poesie, per un totale di oltre sessanta libri. Il contenuto di questi tratta della sua vita, caratterizzata da un rapporto morboso con l’alcol, costellata da frequentissime esperienze sessuali e da rapporti tempestosi con le persone.

Alessandro Barico

LA BELLEZZA
Aveva quella bellezza di cui solo i vinti sono capaci. E la limpidezza delle cose deboli. E la solitudine, perfetta, di cio’ che si e’ perduto.


LA NATURA
La natura ha una sua perfezione sorprendente e questo e’ il risultato di una somma di limiti. La natura e’ perfetta perche’ non e’ infinita. Se uno capisce i limiti, capisce come funziona il meccanismo. Tutto sta nel capire i limiti.
…….
E la’, dove la natura decide di collocare i propri limiti, esplode lo spettacolo. I tramonti.
continua…

Bruno Arpaia

Semmai, adesso la cosa difficile è capire com’è che tutto si è confuso al punto da cancellare, persino nel ricordo, la libertà che assaggiavate a morsi, quell’emozione di sentirsi vivi, di gridare “Noi”

Alessandro Baricco

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Potevi girarti da qualsiasi parte ma tutto sembrava maledettamente uguale. Niente che parlasse, o ti guardasse. Un deserto marcio, senza parole e senza direzioni. Continuava a guardarsi intorno, il signor Rail, ma non c’era verso di venirne a capo. Proprio non riusciva a capirlo. Niente da fare. Non riusciva proprio a scoprirlo. Da che parte era la vita.


Il risultato era che, del mondo, Mormy aveva una percezione, per così dire, intermittente. Una sequela di immagini fisse – meravigliose – e mozziconi di cose perdute, cancellate, mai arrivate ai suoi occhi. Una percezione sincopata. Gli altri percepivano il divenire. Lui collezionava immagini che erano e basta.
continua…


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Lentamente muore

Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo ogni
giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marcia, chi non
rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su
bianco e i puntini sulle “i” piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno
sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti
all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul
lavoro, chi non rischia la certezza per l’incertezza, per inseguire un
sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai
consigli sensati. Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi
non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso. Muore lentamente
chi distrugge l’amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i
giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non
fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli
chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di
respirare.
Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida
felicità.

Appena seppi, solamente, che esistevo

E che avrei potuto essere, continuare,

ebbi paura di ciò, della vita.

Desiderai che non mi vedessero

Che non si conoscesse la mia presenza.

Divenni magro, pallido, assente,

non volli parlare perché non potessero

riconoscere la mia voce non volli vedere

perché non mi vedessero.

Camminando, mi strinsi contro il muro

come un’ombra che scivola via.

Mi sarei vestito di tegole rosse, di fumo

Per restare li ma invisibile

Essere presente in tutto, ma lungi

conservare la mia identità oscura

legata al ritmo della primavera

Marco Revelli

Da una parte il mondo antico, ancora abitato da soggetti collettivi, che sia pure fra errori e ingenuità, seppero comunque elaborare una loro “etica della solidarietà”, diversa e contrapposta da quella dell’individualismo acquisitivo, egualitaria e comunitaria. Dall’altra parte il mondo nuovo, dell’abbondanza e della solitudine, fondato sull’”etica della sopravvivenza”, in cui al conflitto è sostituita la competizione, ai diritti il successo. E dove ci si salva o si fallisce da soli.

Si vive di sottrazioni. Si vive sommando le occasioni perdute, gli incontri mancati, gli amori finiti, le ore e i giorni e le notti consumati nell’attesa. Alla fine ciò che resta è una montagna di cose che non ci sono mai state.
Qual è la differenza, alla fine della corsa, fra una vita “riuscita” e una “fallita”? Non si arriva forse tutti alla medesima morte?
Il segreto sta nelle sottrazioni.
Quante e quanto sono state grandi.
Per ciò che mi riguarda, il calcolo è semplice.
Un’unica, ininterrotta sottrazione.