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Potevi girarti da qualsiasi parte ma tutto sembrava maledettamente uguale. Niente che parlasse, o ti guardasse. Un deserto marcio, senza parole e senza direzioni. Continuava a guardarsi intorno, il signor Rail, ma non c’era verso di venirne a capo. Proprio non riusciva a capirlo. Niente da fare. Non riusciva proprio a scoprirlo. Da che parte era la vita.
Il risultato era che, del mondo, Mormy aveva una percezione, per così dire, intermittente. Una sequela di immagini fisse – meravigliose – e mozziconi di cose perdute, cancellate, mai arrivate ai suoi occhi. Una percezione sincopata. Gli altri percepivano il divenire. Lui collezionava immagini che erano e basta.
Vedi come ogni volta, sempre, il passato resiste al futuro, conia incredibili compromessi senza il minimo senso del ridicolo, si mortifica perdutamente pur di continuare a possedere il presente, anche a tempo scaduto, ostinato ed ottuso…
Tu non sei come gli altri, Dann, tu fai delle cose, tante cose, e ne immagini ancora altre ed è come se non ti bastasse una vita sola per farcele stare tutte. Io non so…..a me la vita sembrava già così difficile….sembrava già un’impresa viverla e basta. Ma tu….tu sembra che devi vincerla questa vita, come fosse una sfida….sembra che devi stravincerla….una cosa del genere. Una roba strana. E’ un po’ come fare tante bocce di cristallo….e grandi….prima o poi te ne scoppia qualcuna….e a te chissà quante te ne sono già scoppiate, e quante te ne scoppieranno.
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Però quando la gente ti dirà che hai sbagliato….e avrai errori dappertutto dietro la schiena….fottitene. Ricordatene, fottitene. Devi fottertene. Tutte le bocce che avrai rotto erano solo vita….non sono quelli gli errori….quella è vita….e la vita vera magari è proprio quella che si spacca, quella vita su cento che alla fine si spacca…..io questo l’ho capito, che il mondo è pieno di gente che gira con in tasca le sue piccole biglie di vetro….le sue piccole tristi biglie infrangibili….e allora tu non smettere mai di soffiare nelle tue sfere di cristallo….sono belle, a me è piaciuto guardarle, per tutto il tempo che ti sono stato vicino….ci si vede dentro tanta di quella roba….è una cosa che ti mette l’allegria addosso….non smetterla mai….e se un giorno scoppieranno anche quella sarà vita, a modo suo….meravigliosa vita.
Era lucidamente consapevole di avere l’anima lisa come una ragnatela abbandonata. Uno sguardo – anche solo uno sguardo – L’avrebbe potuta squarciare per sempre.
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Le settimane passate in Egitto consumarono il tempo di una silenziosa, provvisoria ma percepibile guarigione. Hector Horeau passava il tempo a disegnare i monumenti, le città e i deserti che vedeva. Si sentiva un antico copista incaricato di tramandare testi sacri appena disseppelliti dall’oblio. Ogni pietra era una parola. Sfogliava lentamente le pagine pietrose di un libro scritto millenni prima e copiava. Sulla superficie di quell’esercizio sordo si posarono a poco a poco i fantasmi della sua mente, come polvere su un quieto soprammobile di dubbio gusto. Nel caldo torrido di un paese sconosciuto gli riuscì di respirare la quiete.
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Tornò nel suo studiolo con la chiara percezione di non essere un uomo felice e nemmeno guarito. Era però ridiventato un uomo capace di avere chiare percezioni. La ragnatela che era la sua anima era tornata ad essere una trappola per quelle strane mosche che sono le idee.
- rapita come Jun, in piedi in mezzo alla gente, con la sensazione di tutti quei corpi addosso – sorride, Jun, sembra un gioco – chiude gli occhi, Jun, e mentre si lascia scivolare in un lago di suoni in dolce tempesta lo sente benissimo, improvvisamente, quel corpo che in mezzo a tutti gli altri, e molto più degli altri, le si preme addosso, attaccato alla sua schiena e giù per le gambe, si direbbe ovunque – e certo che lo sa, come potrebbe non saperlo, che quello è il corpo di Mormy
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forse bisognerebbe averci sudato dentro, a quella fornace, e allora non stupirebbe che la mano di Jun sia lentamente scesa fino a sfiorare la gamba di quell’uomo che era un ragazzo un po’ bianco un po’ nero – Jun immobile, con gli occhi chiusi e nella testa la marea di suoni che risucchia in un irraccontabile naufragio – non c’è niente di più bello delle gambe di un uomo, quando sono belle – nel punto più nascosto dell’intera fornace una mano che sale su per la gamba di Mormy, una carezza che insegue qualcosa e sa dove andare – mille volte aveva immaginato, Mormy, così, per assurdo, la mano di Jun sul suo sesso, premere con dolcezza, premere con rabbia
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solo che questa volta è tutto vero, pura e semplice realtà, quella è proprio Jun ed è la sua mano che gli scivola tra le cosce – come quel collo candido che scivola sulla spalla – se Mormy potesse vederlo, adesso, saprebbe che luccica di emozione e impercettibilmente trema, di un tremore infinitamente piccolo e segreto
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e si stringe finalmente la mano di Jun sul sesso di Mormy, caldo e duro di una voglia che viene da lontano e da sempre
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e nessuno può vederla la mano di Jun che scivola sul sesso di Mormy e lo accarezza ovunque – il palmo della mano da ragazzina e quella pelle all’erta, una contro l’altra – c’è duello al modo più bello?
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ed è proprio mentre si allenta la morsa dell’emozione, e si allargano le maglie della calca – scende l’incantesimo della lontananza – proprio nel cuore della fornace che sfuma via le ceneri della tensione- è li che Jun sente battere il cazzo di Mormy, come un cuore ingolfato, finito, e poi il suo sperma scendere tra le dita, andarsene dappertutto – la voglia esatta della mano di Jun e lo stremato desiderio di Mormy, l’una e l’altro a disciogliersi in quel liquido felpato – alla fine c’è sempre un mare in cui sfociare, per qualsiasi fiume – la mano di Jun che scivola via, lentissima – torna indietro per un attimo – sparisce nel nulla.
Potevi girarti da qualsiasi parte ma tutto sembrava maledettamente uguale. Niente che parlasse, o ti guardasse. Un deserto marcio, senza parole e senza direzioni. Continuava a guardarsi intorno, il signor Rail, ma non c’era verso di venirne a capo. Proprio non riusciva a capirlo. Niente da fare. Non riusciva proprio a scoprirlo. Da che parte era la vita.
Vecchio, benedetto, Pekisch,
questo non me lo dovevi fare. Non me lo merito. Io mi chiamo Pehnt, e sono ancora quello che se ne stava sdraiato per terra a sentire la voce nei tubi, come se quella arrivasse davvero, e invece non arrivava. Non è mai arrivata. E io adesso sono qui. Ho una famiglia, ho un lavoro e la sera vado a letto presto. Il martedì vado a sentire i concerti che danno alla sala Trater e ascolto musiche che a Quinnipak non esistono: Mozart, Beethoven, Chopin. Sono normali eppure sono belle. Ho degli amici con cui gioco a carte, parlo di politica fumando il sigaro e la domenica vado in campagna. Amo mia moglie, che è una donna intelligente e bella. Mi piace tornare a casa e trovarla lì, qualsiasi cosa sia successa nel mondo quel giorno. Mi piace dormire vicino a lei e mi piace svegliarmi insieme a lei. Ho un figlio che amo anche se tutto fa supporre che farà l’assicuratore. Spero che lo farà bene e che sarà un uomo giusto.
La sera vado a letto e mi addormento. E tu mi hai insegnato che questo vuol dire che sono in pace con me stesso. Non c’è altro. Questa è la mia vita. Io lo so che non ti piace ma io non voglio che tu me lo scriva. Perché voglio continuare ad andare a letto, la sera, ed addormentarmi. Ognuno ha il mondo che si merita. Io forse ho capito che il mio è questo qua. Ha di strano che è normale. Mai visto niente del genere, a Quinnipak. Ma forse proprio per questo, io qui ci sto bene. A Quinnipak si ha negli occhi l’infinito. Qui, quando proprio guardi lontano, guardi negli occhi di tuo figlio. Ed è diverso.
Non so come fartelo capire, ma qui si vive al riparo. E non è cosa spregevole. E’ bello. E poi chi l’ha detto che si deve proprio vivere allo scoperto, sempre sporti sul cornicione delle cose, a cercare l’impossibile, a spiare tutte le scappatoie per sgusciare via dalla realtà. E’ proprio obbligatorio essere eccezionali?
Io non so. Ma mi tengo stretta questa vita mia e non mi vergogno di niente: nemmeno delle mie soprascarpe. C’e’ una dignità immensa, nella gente, quando si porta addosso le proprie paure, senza barare, come medaglie della propria mediocrità. E io sono uno di quelli.
Si guarda sempre l’infinito qui a Quinnipak, insieme a te. Ma qui non c’è l’infinito. E così guardiamo le cose, e questo ci basta. Ogni tanto, nei momenti più impensati, siamo felici.
Andrò a letto, questa sera, e non mi addormenterò.
Colpa tua, vecchio, maledetto Pekisch.
Ti abbraccio. Dio sa quanto ti abbraccio.
Pehnt, assicuratore.
Accadono cose che sono come domande. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde. La storia di Morivar era una di quelle cose lì.
Quando il signor Rail era poco più che un ragazzo, andò un giorno a Morivar, perché a Morivar c’era il mare.
E fu lì che vide Jun.
E pensò: io vivrò con lei.
Jun era in mezzo ad altra gente. Aspettavano di imbarcarsi su una nave che si chiamava Adel. Bagagli, bambini, urla e silenzi. Il cielo era terso e si annunciava tempesta. Stranezze.
- Io mi chiamo Dann Rail.
- E allora?
- No, niente, volevo dire…..stai per partire?
- Sì.
- Dove vai?
- E tu?
- Da nessuna parte. Io non parto.
- E cosa fai qui?
- Sono venuto a prendere qualcuno.
- Chi?
- Te.
Dovevi vederla Anderson, era di una bellezza….Aveva una sola valigia, posata per terra, e in mano un pacco che teneva stretto, che non mollava mai, quel giorno non lo mollò mai un attimo. Non voleva andarsene da lì, voleva salire su quella nave, e allora io le chiesi “Tornerai” e lei rispose “No”. E io dissi “allora non credo ti convenga partire davvero”, così le dissi. “E perché?” mi chiese, “E perché?”
- Perché se no come farai a vivere con me?
E allora lei rise, era la prima volta che la vedevo ridere, e tu lo sai bene, Anderson, com’è Jun quando ride, non è che uno può star lì e far finta di niente, se c’è Jun che gli ride lì davanti è chiaro che uno finisce per pensare se io non bacio questa donna impazzirò. E io pensai se non bacio questa ragazza impazzirò. Ovviamente non era esattamente quello che pensava anche lei, ma quel che è importante è che rise, giuro, lei era lì, in mezzo a tutta quella gnte, con il suo pacco stretto tra le braccia, e rise.
Mancavano ancora due ore alla partenza della Adel. Il signor Rail comunicò a Jun che se lei non fosse andata a bere qualcosa con lui, lui si sarebbe legato un grosso sasso al collo, si sarebbe buttato nell’acqua del porto, e il grosso sasso, sprofondando nell’acqua, avrebbe squarciato la chiglia della Adel che sarebbe sprofondata urtando la nave vicina la quale, avendo la stiva piena di polvere da sparo, sarebbe esplosa con terrificante fragore sollevando fiammate alte decine di metri che in poco tempo…….
- Va bene, va bene, prima che vada a fuoco il paese andiamo a bere qualcosa, d’accordo?
Lui prese la valigia, lei si tenne stretta il suo pacco. La taverna era a poche centinaia di metri da lì. Si chiamava Domineiddio. Non era un nome da taverna. Il signor Rail aveva due ore di tempo, anche qualcosa meno. Sapeva dove voleva arrivare, ma non sapeva da dove partire.

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